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Educazione del cane: quanto “paga” la coercizione?

Praticamente tutti conoscono Caesar Millan, “addestratore” canino che professa amore, fermezza ed energia positiva, ma che, come noto a molti, utilizza metodi tutt’altro che pacifici e positivi.

Violenze ed imposizioni, neppure troppo celate.

Ma quanto “paga” la coercizione nell’educazione del cane?

Quanto realmente gli animali imparano quando vengono maltrattati fisicamente e psicologicamente?

Coercizione e violenza nell’educazione canina

Rispondiamo subito: non paga affatto!

E non lo diciamo solo perché amiamo Fido e i suoi simili, ma perché lo dimostrano le fonti scientifiche, alcune recenti, altre meno.

A testimonianza del fatto che già da tempo, in ambito specialistico, sono sorti dubbi riguardo al rapporto tra coercizione e rispetto del benessere animale.

L’utilizzo di punizioni positive, di rinforzi negativi e di strumenti che creano dolore è irrispettoso.

Ciò che determina dolore fisico, stress e paura, oltre che andare a detrimento del benessere, non facilita l’apprendimento né la costruzione di una buona relazione animale-persona.

I “buoni risultati” che apparentemente si conseguono sono riconducibili alla forte inibizione creata, che spesso determina la scomparsa del comportamento “sgradito”.

Scomparsa quindi ricollegabile ad uno stato emotivo negativo, di paura, di impotenza, e non ad una “guarigione” né tantomeno a un acquisito rispetto nei confronti del presunto “capobranco”.

Anche Karen Overall, veterinaria comportamentalista di fama mondiale, ha chiarito queste dinamiche.

Ella spiega ad esempio come l’utilizzo dei collari elettrificati non serve per risolvere i problemi comportamentali degli animali.

Piuttosto determina uno stato di paura e impotenza appresa, che può permanere nel tempo ed estendersi ad altri campi.

La stessa studiosa sottolinea anche in altri suoi lavori come l’utilizzo di metodi e strumenti coercitivi può determinare peggioramenti nel comportamento del cane.

Vale a dire aumento dell’aggressività, dell’ingestibilità, della pericolosità.

L’educazione del cane in chiave positiva

Per coercizione non si intende solo la punizione fisica, ma l’inibizione dei comportamenti e delle motivazioni tipiche di specie e di individuo.

Ad esempio: cammina in linea retta accanto a me altrimenti ti strattono, non annusare per terra, guarda solo me, ti isolo per punizione.

L’alternativa ai metodi coercitivi nell’educazione dei cani e nella loro ri-educazione è l’utilizzo di rinforzi positivi e di un approccio cognitivo-relazionale.

Secondo quanto osservato:

  • cani da lavoro rinforzati positivamente raggiungono risultati più alti nelle performances rispetto a quelli addestrati con le punizioni
  • oltre all’utilizzo dei rinforzi positivi “materiali” (gioco, cibo), la robustezza della relazione tra l’animale e il proprietario (che non si raggiunge certo con la paura e il dolore) è una delle chiavi per avere successo nell’educazione e nel recupero di problemi comportamentali.

Questo richiede un modo nuovo di guardare agli animali.

Non più essere inferiori, ma creature senzienti, che non agiscono solo in base all’istinto ma possiedono capacità cognitive elevate, emozioni, e notevole competenza nella lettura e decodifica del linguaggio corporeo umano.

Dunque, l’utilizzo di metodi e strumenti che causano dolore, stress e paura non sono più accettabili anche per questo.

Perché puntano all’estinzione del comportamento, non alla comprensione delle motivazioni e degli stati emotivi sottostanti.

Sono solo il rispetto dell’animale, delle sue emozioni, dei suoi bisogni e il rifiuto di ogni violenza le uniche strategie da adoperare nell’educazione del cane…

 

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