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Cani randagi: in Sicilia se ne prende cura il sedicenne Vittorio Russo

cani randagi

Vive a Canicattì Vittorio Russo, l’adolescente che ha deciso di accudire i cani randagi del suo paese fino a quando non si facciano avanti famiglie che vogliano adottarli.

Il ragazzino è riuscito a trarre amore e positività da un’esperienza dolorosa e traumatica occorsagli durante l’infanzia, quando all’età di 9 anni rinvenne la sua cagnetta, Nerina, impiccata ad un albero.

E’ a quel momento che risale il suo impegno, reso possibile grazie a un amico di famiglia che gli ha prestato un terreno sul quale costruire il ricovero.

La situazione dei cani randagi in Sicilia

D’altronde è proprio alla Sicilia che va la maglia nera del randagismo: nelle campagne e nelle periferie è assai frequente trovare cani e gatti abbandonati vicino ai cassonetti o tra i cumuli abusivi di immondizia. Animali non sterilizzati che si riproducono continuamente, senza che il fenomeno trovi fine.

Risalgono al 2018 eventi tragici e inquietanti, come l’avvelenamento di una quarantina di cani randagi a Sciacca in provincia di Agrigento, l’uccisione per intossicazione di altri quattro cani a Santa Ninfa nel Trapanese, e l’impiccagione e lo scuoiamento di altri due animali a Campobello di Mazara.

È per questo che all’inizio del 2019 è stata istituita una Commissione speciale che studiasse il fenomeno del randagismo nell’isola e proponesse interventi legislativi da sottoporre all’Aula.

Secondo i dati della Commissione, in Sicilia, nel 2018, gli esemplari di cani randagi erano saliti a 90mila, a fronte dei 75 mila del 2016.

I tre quarti del randagismo europeo è concentrato in Sicilia.

La difficoltà principale è l’assenza di strutture e la giunta Musumeci ha varato le linee guida per contrastare il fenomeno.

Tra le principali novità l’impiego di telecamere di video-sorveglianza e droni.

Linee guida però contestate dalla LNDC-Animal Protection, la cui presidente, Piera Rosati, sottolinea come nel testo si arrivi ad affermare che le sterilizzazioni di massa possono risultare controproducenti anziché centrali per arginare il fenomeno del randagismo (!), come sanzionare l’applicazione del microchip dopo i sessanta giorni di vita dell’animale risulti un deterrente per chi non è ancora in regola, come siano severi e ingiustificati i limiti posti al volontariato animalista (si vieta alle associazioni di progettare nuovi rifugi), come si trascurino la microchippatura a tappeto di tutti i cani, e le campagne di sensibilizzazione e informazione.

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