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Ogni estate il fenomeno dell’abbandono dei cani torna a occupare le cronache. Le immagini di animali lasciati ai bordi delle strade suscitano indignazione, ma la condanna morale, da sola, non basta a comprendere il problema. Da psicoterapeuta ritengo che il vero momento in cui si decide il destino di un cane non sia quello dell’abbandono, bensì quello dell’adozione. L’abbandono è spesso l’epilogo anche di una scelta iniziale compiuta senza sufficiente consapevolezza. Per questo motivo, comprendere i processi psicologici che portano una persona a desiderare un cane rappresenta il primo e più efficace strumento di prevenzione.
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Il processo di scelta: perché voglio un cane?
La prima domanda che ciascuno dovrebbe porsi non è ‘Che cane mi piace?’, ma ‘Perché desidero un cane?’. Le motivazioni possono essere molteplici: compagnia, affetto, desiderio di educare i figli alla responsabilità o fascino per una razza. Nessuna è sbagliata, ma è fondamentale distinguere un desiderio autentico da un bisogno momentaneo. Un cane non è una soluzione alla solitudine o a una crisi personale: è un essere vivente con bisogni costanti. Ogni adozione è, prima di tutto, una scelta identitaria. Non racconta soltanto il desiderio di accogliere un cane, ma il modo in cui una persona concepisce il legame, la responsabilità e la cura. Prima di chiedersi se si è pronti ad avere un cane, è necessario domandarsi se si è pronti a costruire una relazione che richiederà presenza, costanza e rinunce: un rapporto che si struttura sulla dipendenza. Il cane per soddisfare i suoi bisogni necessita di noi quotidianamente.
Gli elementi proiettivi
Nel rapporto con un animale entrano inevitabilmente in gioco fenomeni proiettivi. Proiettare significa attribuire al cane emozioni, aspettative o bisogni che appartengono a noi. Idealizzarlo come ‘compagno perfetto’ porta facilmente alla delusione quando manifesta paure, limiti o richiede impegno. Riconoscere queste proiezioni è il primo passo verso una relazione sana. In termini psicologici, il cane può diventare uno “schermo proiettivo” sul quale vengono inconsapevolmente depositati bisogni di accudimento, desideri di amore incondizionato o parti fragili del Sé. Quando queste aspettative non trovano conferma nella realtà, il rischio è che la frustrazione venga attribuita all’animale anziché essere riconosciuta come espressione di un conflitto interno della persona.
Gli elementi relazionali
La relazione con un cane non si fonda sul possesso ma sull’incontro. Richiede adattamento reciproco, comunicazione, costanza e responsabilità. Esiste una profonda differenza tra una relazione intima e una relazione strumentale con un animale. Nella prima il cane è riconosciuto come un soggetto, con bisogni, emozioni e una propria individualità; nella seconda viene inconsapevolmente trasformato in un mezzo per soddisfare bisogni personali di compagnia, gratificazione o conforto. Quando l’altro diventa uno strumento, il legame si indebolisce; quando viene riconosciuto come individuo, nasce una relazione autentica. Il cane, con la sua presenza costante, offre una forma di accettazione autentica e non giudicante, capace di favorire il senso di sicurezza emotiva, alleviare la solitudine e promuovere il benessere psicologico di chi se ne prende cura. Attraverso il legame di attaccamento il cane costruisce fiducia, mentre la persona sviluppa empatia, pazienza e capacità di prendersi cura dell’altro. Ogni relazione intima implica la capacità di tollerare l’imperfezione dell’altro. Il legame con un cane diventa così anche uno spazio di crescita psicologica: insegna a contenere la frustrazione, a modulare le proprie aspettative e a sviluppare una forma di attaccamento basata sulla reciprocità e sulla responsabilità, piuttosto che sul soddisfacimento immediato dei propri bisogni emotivi.
Contrastare il fenomeno
Contrastare l’abbandono significa educare prima ancora di adottare. Servono percorsi di informazione, confronto con educatori cinofili e veterinari, promozione della sterilizzazione, sostegno ai rifugi e applicazione rigorosa delle sanzioni. La prevenzione nasce dalla consapevolezza, non dall’emozione del momento. Ogni cane abbandonato racconta una responsabilità interrotta e un trauma indelebile per l’animale. Dietro quel gesto non c’è soltanto la sua sofferenza, ma il fallimento di una decisione presa senza la necessaria consapevolezza. Per questo il contrasto all’abbandono non può limitarsi alla repressione: deve iniziare molto prima, promuovendo una cultura della responsabilità affettiva e della scelta consapevole. Occorre aiutare le persone a comprendere che adottare significa assumersi un impegno etico, emotivo e relazionale che dura per tutta la vita del cane.
Dott.ssa Giulia Gregorini
Psicologa, Psicoterapeuta


